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Esempio di Macrosocietà in regime di sovranità monetaria

In uno Stato Sovrano, come in Europa non ce ne sono oramai più, si riconoscono due circuiti monetari distinti, uno Esterno ed uno Interno. Descriviamo il primo per completezza ma quello che più ci interessa in questo frangente è sicuramente il secondo.

  • Esterno – Gli Stati coltivano relazioni commerciali scambiando materie prime, prodotti e servizi, valorizzandoli con una unità monetaria di riferimento che per anni è stato il dollaro statunitense. Ogni singola valuta nazionale veniva espressa con un valore in dollari secondo un dato tasso di cambio noto a tutti. Il tasso di cambio era variabile e deciso a livello internazionale secondo vari parametri, uno dei quali era sicuramente la quantità di moneta messa in circolazione. Questo faceva sì che, se uno Stato aumentava la quantità circolante della propria moneta (inflazionandola), questa poteva subire un deprezzamento rispetto al dollaro e viceversa. Inflazionare la propria moneta è uno degli strumenti che uno Stato aveva per aumentare l’export del prodotto interno giacché con una moneta debole, i clienti provenienti dagli Stati con moneta forte, erano attirati da un potere d’acquisto maggiore rispetto che in casa propria. Con l’adozione dell’Euro, ovviamente, questa possibilità non esiste più e i risultati si vedono.
  • Interno – I rapporti commerciali tra membri facenti parte dello Stato (cittadini ed Enti), sono perfezionati con l’utilizzo di una valuta emessa e riconosciuta da tutti internamente. Lo Stato ha l’onere di gestire la quantità di moneta circolante, aumentandola quando scarseggia e ritirandola quando è in surplus. Vediamo come è possibile aumentare o diminuire la quantità di moneta circolante. Semplicisticamente per aumentare la quantità circolante esistono tre modi: aumentare lo stipendio ai dipendenti pubblici, concedere prestiti ai privati e finanziare le grandi opere; un modo per diminuirla: aumentare le tasse.

Per la verità, nell’uno e nell’altro caso è verosimile pensare ad una combinazione delle varie opzioni ma in questa sede d’esempio basta aver capito il concetto.

Un mucchio di domande

Ok, abbiamo descritto qualche concetto fondamentale e ci ritroviamo ora ad un passo dal mettere in piedi il secondo esempio. Sorgono però dirompenti degli interrogativi: ma uno Stato può arbitrariamente aumentare la propria moneta senza creare conseguenze all’economia pubblica? È lecito, è salutare e, nel qual caso, quanta ne può emettere e dove va a finire questa nuova moneta? Ma se è possibile inventare nuova moneta dal nulla, perché si sente un continuo lamento su una scarsità di moneta che sembra non essercene più da nessuna parte? Ma dove è finita tutta la moneta che girava una volta? Perciò, se la Polizia non ha moneta per mettere la benzina nelle auto ed è vero che lo Stato la può creare, davvero accreditandola alle questure o prefetture si risolverebbe il problema? Ma anche fosse, una volta che quei soldi terminassero, ne assegnerebbe ancora e ancora e ancora? Ma può funzionare questa cosa? E perché non lo fanno?

 

Certo che può funzionare perché la moneta che passa dalla questura al distributore della benzina, inizierà a circolare nell’economia nazionale giacché il benzinaio non se la mangerà e una buona parte di questa tornerà nelle casse dello Stato sotto forma di tasse, subendo il ritiro dalla circolazione, man mano che le transazioni andranno ad esaurirsi.

Finché vengono messi in circolazione Beni e Servizi, dovrà esistere l’equivalente moneta che serve a farli circolare. Cosa c’è da capire?!

 

La risposta alla domanda regina – “perché non lo fanno?” – obbliga a distinguere due diversi contesti: quando gli Stati (anni addietro) stampavano moneta sovrana, contro l’attuale condizione in cui devono prendere la moneta a prestito oggi.

 

  1. quando gli Stati avevano la possibilità di stampare moneta in proprio, in effetti lo facevano e la moneta circolava. Poi si può discutere sull’impiego che se ne faceva, su quanta andava a finire al finanziamento dei partiti, alle “alienazioni” a favore di soggetti particolari, alla costruzione di Opere incompiute o inutili, a fondi più o meno discutibili, quindi al maledetto accaparramento diffuso, rispetto a quanta veniva destinata all’economia reale, agli stipendi dei cittadini, all’elargizione di prestiti ai privati o alla sanità o alle opere utili. Certo, non siamo così smemorati da aver già dimenticato tutti i problemi di gestione della vecchia, “prima Repubblica” Italiana, ma sicuramente, lo Stato stampava e ritirava, in piena autonomia monetaria, da grande Potenza che era considerata!
  2. oggi che gli Stati come il nostro (siamo in buona compagnia) sono obbligati a chiedere concessione di moneta ad organizzazioni estere che in virtù di considerarli prestiti, li vogliono addirittura restituiti con aggiunta di interessi, è ovvio che la questione prende tutt’altra piega. La moneta, oggi, è realmente scarsa proprio perché lo Stato deve attuare un “pareggio di bilancio” (grazie al modificato art. 81 della Costituzione) tra quanto immesso in circolazione a favore dell’economia reale (manutenzioni, investimenti, prestiti, stipendi) e quanto recuperato tramite tassazione ai cittadini.